PERCHÉ L’ITALIA VA A ROTOLI

Il declino dell’Italia è davanti agli occhi di tutto il mondo.
Declino morale, sociale, industriale, economico.

Cosa c’è che non va?
Tutto, si sarebbe tentati di dire, ed effettivamente se volessi menzionare qualche settore industriale che prospera mi troverei in difficoltà. Vanno bene alcuni settori come il turismo solo per cause esterne, vedi chiusura dei paesi musulmani e incremento dei turisti emergenti, cinesi, russi, ecc.

Il degrado italiano ha cause lunghe e complicate da analizzare.
Essenzialmente dipende dal carattere della popolazione: individualismo, poca voglia di lavorare, disinteresse totale per il bene comune, tendenza a delinquere e per contro grande capacità di adattarsi e far fronte a gravi difficoltà, che però oggi non ci sono.

Comincio dal declino MORALE.
Una volta il prete era l’autorità di ogni luogo. Ai bambini veniva inculcata la morale cattolica e dalla chiesa si passava alla famiglia e alla scuola ad insegnare buoni comportamenti e disciplina. Ciò che i grandi avevano appreso da piccoli veniva tramandato alle nuove leve e così la tradizione si poteva perpetuare. L’ateo comunista era il diavolo.
Poi intervennero i rivolgimenti degli anni ’70. Il lassismo venne confuso con la libertà. L’anarchia demolì ordine e rispetto. Rivoluzionari con largo seguito tentarono di instaurare con la violenza un nuovo ordine bolscevico. Nel SOCIALE si creò una gran confusione e disorientamento, i preti persero influenza. Le comuni si impadronirono della scuola, modificarono i programmi di insegnamento secondo ideologie comuniste, fu eliminata la selezione degli esami e ne uscì una generazione di somari. Questi a loro volta educarono (si fa per dire…) giovani inculcando un malinteso egualitarismo dove l’intelligente è pari all’idiota, la Storia che si riduce alle imprese dei partigiani, il rispetto che è dovuto solo ai “compagni” della stessa setta, la filosofia di Carlo Marx che prevale su matematica, fisica e chimica, l’andare ad urlare in piazza che è più importante che andare al lavoro, fino all’aberrazione di oggi che sposare un maschio o una femmina è considerato indifferente.

É un dato di fatto che il sud d’Italia ha un’abitudine alla delinquenza una volta sconosciuta al nord. Criminalità che spazia a tutto campo dall’imbroglio più innocuo come la raccomandazione per passare avanti agli altri fino al più efferato dei delitti. Fa parte del SOCIALE la prevalenza di meridionali negli uffici pubblici e la loro diffusione al nord, con il risultato di estendere l’inefficienza in aree altamente industrializzate che necessitano di sinergie con gli enti statali.
Un ulteriore fardello giunge dagli insegnanti meridionali trasferiti nelle scuole del nord dove così i giovani settentrionali crescono educati come al sud.
Fa ugualmente parte del Sociale l’enorme farraginosa mole di leggi ideate e promulgate a getto continuo, leggi che contrastano poco gli imbroglioni e i delinquenti e per contro costano enormi risorse e ingabbiano gli onesti che vorrebbero lavorare e produrre proficuamente.

Quando ero piccolo l’Italia aveva 38 milioni di abitanti e usciva gravemente squalificata dal disastro di una guerra persa con ignominia e disonore. Tutti però di fronte alle distruzioni dissero basta e si rimboccarono le maniche per ricostruire. Veneto e Sud prolifici fornirono manodopera, in Lombardia, Piemonte, Emilia industriali lungimiranti ricominciarono ad organizzarsi. E tutto il sistema INDUSTRIALE ripartì in gran forma. Le divisioni furono momentaneamente accantonate e tutti si misero alacremente al lavoro: fu chiamato il “miracolo economico italiano”. Poi anno dopo anno lo Stato si gonfiò di funzionari parassiti aumentando l’ingerenza con regole e gabelle sempre più pesanti. I sindacati guidati dai comunisti avanzarono richieste esagerate per la competitività delle aziende (lo Statuto dei Lavoratori), ottenendo sempre ciò che volevano da governi orientati a sinistra, con il risultato di soffocare e strangolare l’industria già in difficoltà per i cambiamenti tecnici globali. 

A tutt’oggi i sindacati ancora non si sono resi conto che la lotta va condotta CON i “padroni” CONTRO la concorrenza aumentando i guadagni per il bene di tutti, mentre combattere i padroni danneggia le industrie per il male di tutti. 

Sul piano INDUSTRIALE il declino, iniziato negli anni 80 e proseguito fino ad oggi accelerandosi, è frutto dei soliti elementi caratteriali fortemente negativi prima fra tutti l’egoistica individualità che impedisce la formazione di grandi gruppi di lavoro coesi necessari per sviluppare industrie di valore mondiale
(abbiamo tutti assistito alla capacità della Francia di competere globalmente creando con il costruttivo concorso di tutti industrie colossali e strategiche con gli aerei, lo spaziale, il nucleare. I loro treni alta velocità si sono mangiati la nostra Breda Ansaldo ed il treno pendolino di nostra invenzione ma sempre in avaria per fabbricazione difettosa, ora è costruito dai francesi di Alstom. Altro esempio la piccola Corea del sud che in pochi decenni ha creato dal nulla industrie dell’automobile e dell’elettronica che oggi sono ai primi posti nel mondo come Samsung o l’ultima nata LG. E in cambio quante Fiat o Alfa Romeo circolano in Corea? Praticamente neppure una)
Le richieste eccessive dei lavoratori creano la conflittualità permanente sindacati-aziende che genera sabotaggio invece che sinergie.
(incredibilmente emblematica la storia di Alitalia, carrozzone gestito da boiardi di stato, che sull’orlo del fallimento invece che essere aiutata dai suoi dipendenti a superare le difficoltà lavorando di più e con migliore efficienza, ha dovuto subire scioperi e blocco dell’attività) 

Aggiungo poi l’opera della Magistratura Italiana.
L’Istituzione è un covo di personaggi che in barba al principio di imparzialità dei giudici non fanno mistero dei loro orientamenti politici comunisti, pubblici ministeri che nella più totale impunità mettono ingiustamente in galera il principe Vittorio Emanuele, che inviarono avvisi di garanzia al capo di governo Berlusconi davanti alla stampa internazionale, che con un colpo di penna incriminano industriali che danno lavoro a migliaia di famiglie e bloccano industrie vitali (vedi Thyssen Krupp, i Riva addirittura espropriati, la secolare acciaieria Ilva sulla via della serrata).
(Per non parlare di aberrazioni come il reato di stalking: il cittadino italiano sa cosa sono molestie o persecuzioni. Ora è obbligato a conoscere l’inglese? E perché? Causa la stupidità di chi?) 
La quantità di giudici passati alla politica ad ingrossare quella che io chiamo la Mafiarossa ed i loro colleghi ancora in servizio: ecco i veri padroni dell’Italia!

 Ovvio che gli investimenti italiani in imprese di rischio siano scoraggiati da quest’atmosfera pestilenziale verso i cosiddetti “padroni” ovvero i coraggiosi imprenditori senza i quali sopravvivono solo imprese fallimentari. Costoro quando possono vendono a stranieri, forse ancora ignari di ciò che accade da noi, e se ne vanno o delocalizzano (vedi Fiat non più storicamente a Mirafiori ma ora basata all’estero) .

Elemento sottovalutato da tutti: la latitanza dei giovani. La generazione sotto i 40 anni si è abituata a vivere allegramente a spese dei padri o addirittura dei nonni (con il concorso del giudice, che impone alla famiglia del trentenne, che poverino non lavora, di corrispondere congruo assegno mensile), conclusione? Nessuna necessità di trovarsi un lavoro. Nessun apprendistato per imparare un mestiere. Le conseguenze si vedranno negli anni a venire: una generazione di italiani perduta.
A dimostrazione di quanto detto c’è da rilevare che il buon nome dell’Italia non è più legato alla tecnica e all’industria ma dipende dall’inventiva artistica di pochi grandi personaggi: la moda, scarpe, occhiali, gastronomia e dal patrimonio artistico e paesaggistico ereditato. Il lavoratore italiano sarà sempre più un servo: cameriere, cuoco, albergatore.